
repubblica.it · Feb 21, 2026 · Collected from GDELT
Published: 20260221T000000Z
La medicina moderna ha un piccolo difetto di udito: tende ad accorgersi dei problemi solo quando questi iniziano a “urlare”. Ma un dolore lancinante, una glicemia fuori controllo o una dimenticanza di troppo sono i segnali di una malattia che è già arrivata al traguardo. Tutt'altra cosa sarebbe se invece imparassimo a prestare attenzione a quando la nostra biologia inizia appena a bisbigliare. Uno studio pubblicato su Cell Systems dai ricercatori del Buck Institute for Research on Aging propone un cambio di paradigma radicale: smettere di aspettare la diagnosi e iniziare a mappare la “coda lunga” delle malattie, per impedire loro di manifestarsi. La cosa lunga “Sappiamo che molte patologie croniche, come il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari o quelle neurodegenerative, non compaiono da un giorno all’altro”, commenta Sergio Harari, professore di Medicina interna all’Università degli Studi di Milano, e noto esperto di sanità pubblica. “Sono il risultato di anni, a volte decenni, di piccoli spostamenti impercettibili”, aggiunge. Gli esempi sono molteplici. “Per il diabete di tipo 2, i cambiamenti nell'infiammazione e nel metabolismo possono iniziare dai 10 ai 15 anni prima che i livelli di zucchero nel sangue segnalino la malattia”, evidenzia Nathan Price, professore al Buck Institute, co-direttore del Buck's Center for Human Healthspan e autore principale dello studio. Gli scienziati chiamano questo fenomeno la “coda lunga” della biologia: un accumulo silenzioso di influenze genetiche, stili di vita, stress, qualità del sonno e variazioni del microbioma intestinale che, goccia dopo goccia, erodono la nostra resilienza. Strumenti “Oggi, se i tuoi esami del sangue sono 'nella norma', il medico ti dice che stai bene”, sottolinea Harari. “Ma quella norma è basata sulla media della popolazione, non su di te”, aggiunge. La proposta rivoluzionaria del Buck Institute è quella di usare ogni individuo come punto di riferimento di sé stesso. Invece di confrontarti con milioni di sconosciuti, l'obiettivo è monitorare come la tua biologia cambia nel tempo. Un valore che per la popolazione è normale potrebbe essere un segnale d’allarme se per il tuo storico personale rappresenta una deviazione significativa. “Per ascoltare questi sussurri biologici già oggi abbiamo svariati strumenti”, dichiara Harari. La tecnologia ci sta dando le "orecchie" bioniche necessarie: dagli smartwatch e anelli intelligenti che monitorano il battito cardiaco, il sonno e l'attività 24 ore su 24 ai marcatori molecolari, misurabili con tecniche di laboratorio che permettono di analizzare migliaia di segnali in campioni di sangue, saliva o persino nel respiro. “All’Intelligenza artificiale spetta di fare una sintesi”, afferma Harari. “L’IA è il traduttore universale capace di interpretare questa mole enorme di dati, identificando pattern che l'occhio umano non potrebbe mai cogliere”, aggiunge. Le sfide Nonostante l'entusiasmo, la strada è in salita. Secondo i ricercatori i nostri sistemi sanitari sono costruiti per curare, non per monitorare. I costi dei test avanzati sono ancora elevati e c'è il rischio di creare nuove disuguaglianze nell'accesso alla salute. Inoltre, le autorità di regolamentazione dovranno adattarsi a un mondo dove la diagnosi non è più una foto statica, ma un film in continua evoluzione alimentato dall'IA. “Serve una nuova riforma della sanità con un obiettivo ben chiaro: non solo vivere più a lungo, ma mantenere una buona salute più a lungo possibile nel corso della vita”, dice Harari che, a breve, presenterà un White Paper sulla cronicità e la non autosufficienza di Peripato e Fondazione Anthem, all’interno del quale l'innovazione digitale, l’Intelligenza artificiale e nuovi modelli organizzativi sono presentati come necessari per tutelare il diritto alla salute delle generazioni future. “Passare dalla ‘cura della malattia’ alla ‘tutela della salute’ significa smettere di spegnere incendi e iniziare a prevenire le scintille”, conclude.