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Benzina , bollette , inflazione : perché la crisi avrà effetti imprevedibili sulleconomia mondiale ( e sulle nostre tasche )
ilmessaggero.it
Published about 2 hours ago

Benzina , bollette , inflazione : perché la crisi avrà effetti imprevedibili sulleconomia mondiale ( e sulle nostre tasche )

ilmessaggero.it · Mar 2, 2026 · Collected from GDELT

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Published: 20260302T140000Z

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La guerra non è solo quello che si vede, o si pretende di vedere ai tempi dei video-fake riprodotti dall'intelligenza artificiale e resi virali sui social. Ci sono gli effetti collaterali, ed è per questo che l'esplosione del Medio Oriente in un modo o nell'altro ci riguarda tutti, anche chi la osserva placidamente dal divano di casa. Prendiamo lo stretto di Hormuz, un punto nel mappamondo che (forse) abbiamo studiato a scuola e che adesso siamo costretti a ripassare. Se domani ci accorgessimo che il prezzo del gasolio alla pompa è schizzato alle stelle, faremmo bene a essere preparati su Hormuz. Il che non renderà la stangata meno dolorosa, ma forse più digeribile: anche noi paghiamo un prezzo alla guerra e sicuramente non è il più alto. Innanzitutto dobbiamo sapere che attraverso la lingua di mare che separa l'Iran dei Paesi del Golfo transita il 20% del traffico globale di greggio, un barile su cinque. Per usare una metafora, chi controlla lo Stretto ha un dito sull'interruttore dell'energia mondiale. Già, ma chi lo controlla? Formalmente l'Oman a Sud, tramite l'exclave della penisola di Musadam, e l'Iran a Nord, per mano dei solerti Guardiani della rivoluzione. I quali, come ritorsione per gli attacchi americani e israeliani, hanno paralizzato lo Stretto, bloccando centinaia di petroliere e navi mercantili. Più che di una chiusura formale, si tratta di una combinazione di fattori: operazioni militari, congestione del traffico, irrigidimento di compagnie assicurative e policy aziendali. Ci sarebbero le basi statunitensi in Bahrein con il compito di garantire la libertà di navigazione, ma in questo momento la missione è persino superiore alle capacità della Marina più potente del mondo. E dunque assistiamo a un grande ingorgo che non influisce solo sui nervi degli equipaggi: il prezzo del greggio è salito, le Borse sono cadute e l'oro - come al solito - incassa i dividendi del grande disordine. Conseguenze prevedibili, ma di imprevedibile c'è la durata del conflitto e, in ultima battuta, gli effetti sull'economia mondiale e sulle nostre tasche.Secondo gli analisti, se il blocco dovesse proseguire, il prezzo del petrolio potrebbe superare la soglia dei cento dollari al barile. Per i più pessimisti, potrebbe arrivare addirittura a 150 dollari, uno scenario indubbiamente estremo, ma sappiamo che il catastrofismo è diventato il nuovo realismo. È vero che i Paesi dell'Opec hanno deliberato l'aumento della produzione, per contenere la spinta inflazionistica. Ma questa misura non è in grado di compensare la perdita di 1 milione di barili al giorno. Una perdita che - va detto - colpisce soprattutto la Cina, il più grande acquirente mondiale di petrolio iraniano, e i Paesi che dipendono quasi totalmente da Hormuz per l'approvvigionamento energetico, cioè India, Giappone e Corea del Sud. Dal lato export i danni li subiscono i Paesi affacciati sul Golfo, che già devono fare i conti con i missili lanciati dai pasdaran. Gli effetti indiretti, dalla pompa della benzina alle bollette energetiche ai costi di produzione, si riversano sui consumatori europei, compresi ovviamente noi italiani. Se sale l'inflazione, la Bce potrebbe tornare ad aumentare i tassi di interesse, quindi il costo del denaro. Insomma, la guerra è sempre una iattura, tanto più se il teatro è lo Stretto di Hormuz.E gli Stati Uniti? Nemmeno loro sono immuni dalle conseguenze dei missili che stanno indirizzando sugli obiettivi iraniani. Da una parte non dipendono dalle importazioni del greggio altrui, essendo in grado di produrre 15 milioni di barili al giorno, anche grazie al lassez-faire poco ambientalista di Donald Trump, al grido di "drill baby drill" (perfora e poi perfora ancora); dall'altra il prezzo della benzina è legato al mercato mondiale, e una spinta al costo della vita, che resta uno dei temi più sensibili per l'elettorato americano, potrebbe costare cara alla Casa Bianca in vista del voto di midterm. Trump dice di non essere preoccupato dalla fiammata, ma questo atteggiamento fa parte della sua indole di affarista e scommettitore. Potrebbe essere un bluff.Sta di fatto che è anche l'unica buona notizia alla quale possiamo appigliarci: sono i mercati, non la diplomazia, ad aver riportato il presidente americano a più miti consigli, rispetto ai tanti fronti che ha aperto nel suo secondo mandato. E se si accorgesse che i mercati fanno più resistenza dei pasdaran, Trump potrebbe cercare una via d'uscita rapida e ovviamente onorevole (per se stesso): in fondo l'ayatollah Khamenei è stato liquidato e sugli obiettivi strategici - missili iraniani a lunga gittata e capacità nucleare - ogni versione è buona, finché non può essere verificata. Ci sarebbe il dettaglio della sopravvivenza di un regime che perseguita e uccide la propria popolazione, ma il "regime change" senza truppe di terra è un obiettivo persino più ambizioso della riduzione dell'inflazione. E, dunque, quello che è iniziato a Hormuz, potrebbe finire grazie a Hormuz. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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