
secoloditalia.it · Feb 17, 2026 · Collected from GDELT
Published: 20260217T071500Z
Destino dell'Occidente, rapporti Ue-Trump, ruolo di Meloni e Merz, crisi internazionali e scandalo Epstein. Tanti gli argomenti della lunga intervista allo storico corrispondente italo-americano del Corriere della Sera «In questo momento sul Continente dove abitate voi è di moda dire che l’Occidente è morto perché l’ha ucciso un certo Donald Trump. Il quale non crede all’Occidente, maltratta gli alleati, calpesta le alleanze: se l’Occidente è in crisi, insomma, è tutta colpa sua. C’è questa tendenza a pensare che Trump stia scrivendo il libro primo della Genesi e tutto il male dell’universo comincia con lui e ed è causato da lui…». Già: sembra la scorciatoia comoda, per tanti, troppi, per lavarsi la coscienza. O l’incoscienza. Come stanno in realtà le cose? «Ricordo una data: nel 1962 l’Università di Stanford abolisce il corso storia della civiltà occidentale. Mancano quattro anni all’esplosione di quella contestazione studentesca che avrà il suo epicentro lì vicino, a Berkeley con il Free speech movement, l’antenato del ’68. Già all’inizio degli anni ‘60, in una università che tra l’altro non è non è particolarmente radicale – anzi l’associamo piuttosto a personaggi della Silicon Valley, un ateneo che sforna ingegneri e geni creativi – insegnare storia della civiltà occidentale è considerato disdicevole e sconveniente. Addirittura una cosa che indottrina i giovani e imbottisce il cervello di concetti legati al colonialismo, all’imperialismo, alla superiorità della nostra civiltà. Non sia mai. Non bisogna più insegnare i classici: Aristotele, Platone. Quindi stiamo parlando di un fenomeno in cui Trump ha veramente poco a che vedere». Siamo alla “diagnosi” di questo Occidente alle prese con le sue nevrosi, come sottolinea Federico Rampini in questo lungo colloquio – del quale riportiamo un’ampia sintesi – tenuto con il sottoscritto durante il convegno “Oltre i sensi di colpa. L’Occidente necessario”, organizzato dall’onorevole Mauro Rotelli a Roma. Una società occidentale “malata” (in convalescenza?) di cancel culture, di dittatura woke e di oikofobia. Come si è ridotto così il corpo sano di una civiltà plurimillenaria? Un’infezione che ha contagiato, eccome, pure l’Italia: che spera, da parte sua, di aver trovato un antidoto efficace in quella risposta pragmatica e conservatrice che alimenta il ponte fra Roma e Washington. Su tutto questo l’analisi del giornalista e saggista italo-statunitense è senza sconti: soprattutto nei confronti proprio di certe élite il cui operato rischia di accelerare artificialmente quel “tramonto” occidentale il cui destino, non ce ne voglia Spengler, non è ancora compromesso. Di certo per Rampini ce n’è per tutti coloro che hanno rimosso, come recita il titolo di uno dei suoi ultimi libri, quel “Grazie, Occidente!” dal proprio orizzonte culturale. Si tratta dell’autocensura più pericolosa? «Io mi occupo generalmente di tutt’altre cose, però siccome il mio editore – Mondadori – ha un ramo didattico, mi ha coinvolto anche nell’editoria scolastica. Dovendo scrivere un manuale per i licei italiani, mi sono accorto che anche in Italia non si insegna la storia del progresso o meglio la storia del progresso c’è nella misura in cui si insegna che con la rivoluzione industriale inglese si ha l’inizio della distruzione del pianeta, che da lì comincia la storia dell’inquinamento del cambiamento climatico. Quindi, semmai la parola progresso può essere pronunciata in un’aula scolastica, deve essere accompagnata immediatamente dalle conseguenze distruttive che mettono a repentaglio la sopravvivenza del pianeta o della specie umana sul pianeta. Si ignora naturalmente e volutamente il piccolo dettaglio: che su questo pianeta la metà degli abitanti non sarebbero neanche vivi senza il progresso occidentale, cioè senza la medicina occidentale, l’agronomia, i fertilizzanti chimici scoperti in Occidente; che tutto quello che qui è stato prodotto negli ultimi due secoli e mezzo fa sì che la Cina possa sfamare e tenere in vita 1 miliardo milioni di persone mentre in India un miliardo e 400 milioni di persone non sarebbero letteralmente vive…». Qui – parlo del dibattito in Europa – ci si concentra solo su Trump. La vulgata lo vuole come la causa, non l’effetto, di questa messa in discussione del paradigma occidentale. «Venendo dopo una stagione di demolizione sistematica di autostima e orgoglio di sé dell’Occidente, un personaggio come Trump e un pezzo di mondo che fa riferimento a lui si sono chiesti: ma perché volete tenere in vita una cosa che avete spiegato per decenni essere il male assoluto? Abbiamo delle giovani generazioni, anche negli Stati Uniti, che pensano che abbia un senso parlare di Occidente per fare il processo alla civiltà più criminale della storia umana. Quella che ha generato, tra l’altro, il genocidio dei nativi indiani d’America e ogni Columbus Day dobbiamo spiegare ai discendenti di Colombo, agli immigrati italoamericani, che sono gli eredi di un equivalente di Adolf Hitler. Perché, dunque, bisognerebbe mantenere in vita un Occidente che nell’università americane viene insegnato come la civiltà più oppressiva, sfruttatrice della storia umana?». Europa e Stati Uniti sono i dioscuri d’Occidente. È evidente, però, che questo asse è entrato in crisi: e di questo Trump, J. D. Vance, Rubio se ne lamentano. Uno dei pochi leader che parla della necessità di tenere unite le due sponde a partire dal sostrato dei valori e dall’agenda Nato – lo diciamo fattualmente – è Giorgia Meloni che ha condiviso preoccupazioni e soluzioni con il cancelliere tedesco Merz. Molti altri tifano palingenesi credendo che quella “Maga” sia solo una parentesi. Quanto è pericoloso questo giochetto? Ed è tutta colpa di Trump o le classi dirigenti europee hanno vissuto sotto un ombrello mentre il mondo tornava “furioso”? «Questa convergenza di vedute tra il cancelliere Merz e la presidente del Consiglio Meloni è interessante: perché sono i due Paesi che in questo momento stanno facendo in concreto le cose più utili per salvare l’Alleanza Atlantica. La prima è aumentare la spesa militare per riequilibrare gli oneri della sicurezza europea. Cosa che gli americani ci stanno chiedendo, letteralmente, dai tempi di Eisenhower. L’altra cosa è riformulare il modello economico e passare da un’economia trainata dalle esportazioni ad un’economia che abbia un motore di domanda interna molto forte. Così non saremo più percepiti come “parassiti” – parassiti della spesa militare americana e parassiti del mercato di consumo americano – che crescono solo nella misura in cui riescono a esportare. Merz sta cercando di fare tutte e due le cose, con Giorgia Meloni c’è chiaramente un’intesa, una comune veduta del rapporto transatlantico: è una direzione di marcia molto interessante. Mi sembra che sia la strada giusta venire incontro a delle esigenze di fondo che Trump pone. Certo il tycoon ha la colpa di urlare ad alta voce, sbattendo i piedi sul tavolo e rivendicando cose che tanti presidenti americani hanno pensato prima di lui. Però, ecco, cominciare a farle è il modo migliore per aprire una nuova pagina della storia dell’Occidente, perché è vero che la Nato in larga parte coincide con l’Occidente ma abbiamo degli alleati molto distanti che sono il Giappone, la Corea del sud, Taiwan: partner interessantissimi perché sono partecipi del nostro sistema di valori, pur non essendo occidentali». Ucraina, Gaza, Groenlandia. Mettere in discussione la loro difesa ed integrità significa dire addio all’idea di multilateralismo nata dopo la Seconda Guerra mondiale. Eppure il sistema multilaterale non è riuscito né a prevenire né ad affrontarle queste grandi crisi. Gli imperi vecchi e nuovi – Usa, Cina e Russia – ragionano per sfere di influenze. Gli europei, eccetto qualcuno, sono immobilizzati all’idea di una Nation building che parta dalla difesa. Siamo destinati a rimanere un grande mercato ma un grande vaso di coccio geopolitico? «Invito sempre a liberarsi dalle etichette: a partire dal multilateralismo. Non è mai esistito. Quel mondo perfetto, come i nostalgici oggi lo descrivono, ero quello in cui Bill Clinton lanciava la guerra in Kosovo…. A Mosca e non solo venne percepita come una prepotenza, una violenza unilaterale, l’arroganza di chi se lo poteva permettere perché in quel momento aveva dei rapporti di forza soverchianti in proprio favore. Ogni tanto, poi, sento anche usare anche altri concetti come la pax americana: sempre per dire che Trump ha distrutto quel mondo meraviglioso in cui vivevamo. Bene: per i quattro quinti dell’umanità non è mai esistita una pace americana, salvo per una piccola minoranza di abitanti del pianeta che hanno la fortuna di vivere in Europa occidentale. L’Europa occidentale è l’unico angolino del mondo a cui si può applicare il termine “pax americana”, perché per ottant’anni ce l’ha avuta. E ce l’ha avuta perché c’era una “discreta” presenza militare degli Stati Uniti per cui l’Unione Sovietica poteva mandare le sue truppe a massacrare i polacchi, poi gli ungheresi nel ‘56, Praga nel ‘68, dall’altra parte invadeva l’Afghanistan, ma non ha mai invaso né Berlino ovest né Trieste né Copenhagen. Sì, la pax americana quest’angolo del mondo ce l’ha avuta: a certe condizioni da cui non ha mai voluto trarre tutte le conseguenze». È in atto un grande rimescolamento geopolitico. Che cosa ci dicono in tal senso i tre scenari di guerra o di crisi a proposito della dottrina Trump? «A Gaza è tutto ancora in movimento, è tutto molto fluido. Ma una cosa è certa: gli Stati Uniti non sono mai stati così influenti in Medio Oriente, per lo da molti decenni, come lo sono ora con Donald Trump. Cina e Russia sono diventati irrilevanti. L’arbitro sono gli Stati Uniti. Gli arabi stanno facendo un gioco molto interessante, soprattutto il principe Mohammed Bin Salman: improvvisamente invitano alla cautela contro l’Iran. Un gioco di bilanciamento. L’Iran è talmente indebolito e Israele è talmente rafforzato che adesso tutto quel mondo