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Sui social si parla troppo di salute mentale ?
ilpost.it
Clustered Story
Published about 9 hours ago

Sui social si parla troppo di salute mentale ?

ilpost.it · Feb 27, 2026 · Collected from GDELT

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Published: 20260227T171500Z

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Caricamento player Le correlazioni tra l’utilizzo dei social media e l’aumento dei problemi di salute mentale, soprattutto tra gli adolescenti, sono da diversi anni oggetto di studi e di un dibattito esteso e polarizzato. La ricerca scientifica ha generato analisi contrastanti, condizionate in parte dalla riluttanza delle piattaforme a condividere dati e informazioni, e in parte da una definizione spesso troppo ampia e incoerente dei termini della questione. Queste condizioni, secondo uno studio epidemiologico di revisione di decine di meta-analisi pubblicato nel 2020, hanno portato a trascurare importanti differenze individuali all’interno dei campioni analizzati e a interpretare in modo ambiguo le dimensioni del fenomeno. Ma un aspetto riguardo al quale diversi professionisti tendono a trovarsi piuttosto d’accordo è in generale l’influenza esercitata dai social media nella crescita di attenzioni intorno alla salute mentale. Alcuni di loro, come scritto a maggio dal New York Times, si chiedono da tempo se quelle attenzioni non siano diventate eccessive. Da un lato il fatto che si parli di malattie mentali molto più spesso che in passato ha permesso di ridurre la stigmatizzazione sociale, che tra i fattori che ostacolano l’accesso ai trattamenti da parte dei pazienti è da sempre uno dei più potenti. La popolarità dei contenuti relativi alle malattie mentali su piattaforme come Instagram, YouTube e TikTok ha inoltre moltiplicato i canali attraverso cui è possibile per le persone ricevere informazioni e sostegno psicologico, soprattutto in contesti sociali in cui altre forme di assistenza mancano o sono difficili da ricevere, per ragioni economiche o di altro tipo. Dall’altro lato la tendenza a trattare temi relativi alle malattie mentali con assiduità su canali utilizzati ogni giorno da milioni di persone, indipendentemente dalle intenzioni e dal livello di competenza di chi lo fa, ha generato anche una serie di effetti controproducenti. Uno di questi, che riguarda in parte anche altri ambiti della medicina, è l’inclinazione di molte persone ad autodiagnosticarsi disturbi mentali. Spesso è un’autodiagnosi fatta sulla base di descrizioni approssimative e parziali da loro apprese attraverso brevi video pubblicati sui social da persone con obiettivi, interessi e standard etici molto eterogenei, sia che abbiano sia che non abbiano una formazione professionale. Spille e gadget distribuiti durante la giornata mondiale della salute mentale in una scuola a Miami, il 10 ottobre 2023 (AP Photo/Rebecca Blackwell) Il principale rischio di questa tendenza è che le autodiagnosi, giuste o sbagliate, bastino ad alcuni pazienti per decidere di gestire in autonomia problemi che richiederebbero invece l’intervento di psichiatri, psicologi o psicoterapeuti, cioè di personale specializzato e diverso a seconda dei casi. L’altro rischio, laddove i pazienti decidano più opportunamente di rivolgersi a un professionista, è che al lavoro necessario per diagnosticare e trattare eventuali malattie mentali si aggiunga un ulteriore e necessario lavoro preliminare di sradicamento della convinzione del paziente di avere una malattia diversa. È un fenomeno descritto da tempo negli Stati Uniti, ma segnalato da diversi professionisti anche in Italia. Le convinzioni dei pazienti derivano appunto in molti casi da conoscenze superficiali di concetti tecnici come attaccamento o trauma, e di disturbi mentali specifici, come quello bipolare, quello ossessivo compulsivo o quello narcisistico di personalità, per dirne solo alcuni dei più discussi e spesso fraintesi sui social media in tempi recenti. Uno degli effetti negativi della crescita di attenzioni verso i disturbi mentali sui social, in altre parole, è che patologie complesse e ben definite in ambito clinico possono diventare argomenti popolari sugli stessi canali e nelle stesse modalità che rendono popolari ricette culinarie e prodotti di consumo vari: modalità spesso imprevedibili e poco trasparenti. – Ascolta anche: Siamo tutti narcisisti? La semplificazione di argomenti complessi in contenuti schematici e assertivi adatti alla circolazione sui social è un fenomeno che interessa molti ambiti della società e molte attività professionali. Nel caso delle malattie mentali determina rischi particolari, tra cui quello di trascurare nella descrizione superficiale e puntuale delle malattie differenze individuali che richiedono la valutazione diretta di uno o una specialista: valutazione necessaria per poter formulare diagnosi attendibili. Riconoscere una serie di sintomi sulla base di un video su TikTok non è sufficiente, e può anzi essere fuorviante, dal momento che malattie diverse possono manifestarsi attraverso gli stessi sintomi, e i sintomi stessi possono anche essere lievi o transitori. Un messaggio di sensibilizzazione sulla salute mentale mostrato prima di una partita di calcio di Premier League allo stadio St James’ Park a Newcastle, l’11 maggio 2024 (George Wood/Getty Images) Come scritto sul New York Times dalla psicologa clinica Darby Saxbe, professoressa di psicologia alla University of Southern California, gli effetti problematici della sensibilizzazione sui temi della salute mentale riguardano anche alcuni tentativi strutturali di prevenzione delle malattie mentali tra gli adolescenti nei paesi anglosassoni: tentativi che rischiano di essere inefficaci o persino dannosi, nonostante le buone intenzioni. Saxbe ha citato il WISE Teens, un programma di «formazione sulle abilità socio-emotive» basato sulla terapia dialettico comportamentale (TDC), un tipo di psicoterapia cognitivo-comportamentale. Consiste in otto sedute settimanali da un’ora tenute in aula da psicologi clinici in formazione, con l’obiettivo di aiutare gli studenti a gestire le emozioni. – Ascolta anche: L’espressione “salute mentale” è abusata Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Behaviour Research and Therapy ha confrontato la salute mentale di due gruppi di studenti di licei nell’area metropolitana di Sydney, per un totale di 1.071 studenti osservati tra febbraio 2017 e ottobre 2018. Un gruppo aveva partecipato al programma WISE Teens, l’altro aveva frequentato le normali lezioni scolastiche di educazione fisica e alla salute. I risultati dello studio mostrarono che otto mesi dopo la fine dell’esperimento gli studenti del primo gruppo avevano rispetto a quelli del secondo gruppo più alti livelli di depressione, ansia e difficoltà a gestire le emozioni, e peggiori rapporti con i genitori. Uno studente su otto del gruppo che aveva partecipato al programma WISE Teens mostrava segni clinici di depressione, mentre nell’altro gruppo solo uno su tredici. Studi precedenti sui programmi di sensibilizzazione sulle malattie mentali nelle scuole, tra cui uno studio ancora più ampio condotto su oltre 8mila studenti del Regno Unito, avevano portato a risultati simili. Frequentare corsi pensati per accrescere la consapevolezza dei problemi di salute mentale non aveva ridotto la probabilità che quei problemi si manifestassero in seguito tra gli adolescenti, e in alcuni casi aveva generato anzi livelli più alti di ansia e minore capacità di gestire le emozioni. Il principe William, erede al trono britannico, partecipa a una videochiamata organizzata da Heads Together, una fondazione benefica della famiglia reale che si occupa della prevenzione e della cura delle malattie mentali, a Londra, il 18 maggio 2020 (Chris Jackson/Getty Images) Secondo i sostenitori del WISE Teens la principale ragione dell’insuccesso del programma nei risultati di alcuni studi recenti sarebbe lo scarso coinvolgimento degli adolescenti. Alcuni potrebbero essersi sentiti sopraffatti dalla quantità di informazioni sulla salute mentale fornite durante i corsi, e potrebbero non aver avuto il tempo sufficiente per apprenderle e padroneggiarle. Ma secondo Saxbe è anche possibile che concentrare l’attenzione degli adolescenti sulla salute mentale abbia involontariamente esacerbato i loro problemi. È un’ipotesi definita da una coppia di psicologi dell’università di Oxford, Lucy Foulkes e Jack Andrews, «inflazione da prevalenza»: il fatto che una maggiore consapevolezza dei problemi mentali porti le persone a parlare di normali problemi della vita quotidiana in termini di «sintomi» e «diagnosi». Secondo Foulkes e Andrews, sebbene dimostrare l’esistenza di una relazione causale tra gli sforzi di sensibilizzazione e la prevalenza dei sintomi sia impossibile, sarebbe comunque utile valutare l’eventuale correlazione tra i due fenomeni nel tempo, nella società. Sarebbe quantomeno possibile verificare attraverso ricerche specifiche, per esempio, se le parole relative al dibattito sulla salute mentale siano state utilizzate più frequentemente sui giornali e sui social media in corrispondenza del periodo in cui i problemi di salute mentale sono aumentati. Il primo ministro britannico Rishi Sunak partecipa a un incontro con i medici per discutere dell’integrazione di strutture e interventi gratuiti per la salute mentale nel National Health Service (NHS), uno dei sistemi sanitari pubblici del Regno Unito, durante una visita in un ospedale a Northampton, il 23 gennaio 2023 (Toby Melville/Getty Images) Indipendentemente dalle eventuali correlazioni, resta il fatto che i problemi di salute mentale sono un argomento molto popolare sui social media, spesso trattato con superficialità. Vale anche per altre malattie, ha scritto a maggio sullo Huffington Post l’epistemologo Gilberto Corbellini, professore di storia della medicina e di bioetica all’Università Sapienza di Roma. Ma sensibilizzare sulle malattie mentali non è la stessa cosa che farlo «per un tumore o una malattia rara», ha scritto Corbellini, proprio per il tipo di fenomeni particolari che la sensibilizzazione sulla salute mentale attraverso i social può generare. Quando i tentativi di sensibilizzazione provengono da persone che hanno sofferto di disturbi specifici esiste il rischio che la descrizione e il racconto del


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