NewsWorld
PredictionsDigestsScorecardTimelinesArticles
NewsWorld
HomePredictionsDigestsScorecardTimelinesArticlesWorldTechnologyPoliticsBusiness
AI-powered predictive news aggregation© 2026 NewsWorld. All rights reserved.
Trending
FebruaryChinaHongRegionalTimelineDigestTrumpIranKongPartnershipThursdayIssuesMarketIsraelParticularlySignificantTechnologyCompaniesNationsPolicyCooperationGovernmentSanctionsStrategic
FebruaryChinaHongRegionalTimelineDigestTrumpIranKongPartnershipThursdayIssuesMarketIsraelParticularlySignificantTechnologyCompaniesNationsPolicyCooperationGovernmentSanctionsStrategic
All Articles
Oriente Occidente di Rampini | Iran , Khamenei pensa di poter perdere una battaglia ma vincere la guerra con Trump
corriere.it
Clustered Story
Published about 11 hours ago

Oriente Occidente di Rampini | Iran , Khamenei pensa di poter perdere una battaglia ma vincere la guerra con Trump

corriere.it · Feb 26, 2026 · Collected from GDELT

Summary

Published: 20260226T160000Z

Full Article

Sono ricominciati i negoziati di Ginevra, nel formato indiretto e triangolare che viene mediato dall’Oman, per trovare un accordo fra Stati Uniti e Iran che scongiuri la guerra. Ma la trattativa è circondata dal pessimismo. Gli americani ricordano che in passato furono più volte ingannati da concessioni di Teheran che si rivelarono inaffidabili. Una critica di ispirazione progressista viene rivolta a Trump: quella di avere tradito il popolo iraniano sceso in piazza, promettendogli un aiuto che non c’è stato. Stavolta è anche da sinistra e con motivazioni umanitarie, che si sente invocare l’intervento militare: la teocrazia islamica ha ucciso trentamila suoi cittadini, in una delle repressioni più sanguinose della storia. E nel frattempo le proteste sono riprese in molte università. Da parte sua la Guida Suprema della rivoluzione islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, sembra intento a ricostruire il cosiddetto «asse della Resistenza»: con acquisti di missili dalla Russia e dalla Cina, le due superpotenze alleate che il 21 giugno 2025 diedero uno spettacolo d’impotenza di fronte al primo raid Usa sui siti nucleari iraniani.In Iran c’è una parte del regime che evidentemente sente avvicinarsi la fine: sono aumentate le fughe di capitali, da parte di chi ce li ha: sono i plutocrati dell’apparato clerical-militare, che da decenni spolpano il paese e derubano la popolazione, a mettere al sicuro le proprie ricchezze all’estero. Khamenei invece non demorde, secondo diverse fonti avrebbe respinto senza esitazioni la proposta americana di andarsene in esilio. APPROFONDISCI CON IL PODCASTQual è il suo calcolo? Pensa davvero di poter vincere un confronto militare con l’America, se questo ci sarà? I più acuti osservatori di questo regime suggeriscono che per Khamenei la semplice sopravvivenza equivale a un trionfo. Per lui la definizione di vittoria è molto diversa da quella che abbiamo noi.Itai Brun, ex capo della ricerca nell’intelligence militare israeliana e uno dei più acuti analisti dell’Iran e della sua rete di «proxy» (cioè milizie che combattono guerre per procura: Hamas, Hezbollah, Houthi), sostiene che la «teoria della vittoria» di Teheran è la chiave per comprenderne la condotta. Richiama l’attenzione su quattro affermazioni centrali avanzate dal regime dalla guerra dello scorso giugno — affermazioni che, prese insieme, costituiscono una coerente dottrina della vittoria.Primo: il regime ha resistito. Khamenei — e in effetti anche i «proxy» iraniani cioè le milizie terroriste di Hamas Hezbollah e Houthi che conducono guerre per procura — misurano il successo nella continuità. Se il regime sopravvive intatto — se la Guida Suprema resta al potere, se la produzione missilistica continua, se il know-how nucleare rimane — allora l’Iran non ha perso. Sopravvivere equivale a vincere.Secondo: l’Iran ha combattuto contro gli Stati Uniti, la più grande potenza della Terra, eppure è stata Washington, non Teheran, a chiedere il cessate il fuoco. Teheran non lo ha mai formalmente accettato; ha semplicemente smesso di sparare. Il regime presenta quindi il ricorso americano a intermediari qatarioti per ottenere la cessazione delle ostilità come prova che Trump ha ceduto. Come ha detto senza mezzi termini un comandante militare iraniano: «Se Trump ha chiesto il cessate il fuoco, non è stato per la sua forza — è stato perché aveva davvero paura».Terzo: i missili iraniani hanno inflitto danni a Israele, benché non enormi. Hanno comunque incrinato l’aura di invulnerabilità israeliana e colpito alcune infrastrutture critiche.Quarto: la conoscenza non può essere distrutta con le bombe. Quando Trump dichiarò il programma nucleare iraniano «annientato», la risposta di Khamenei fu sprezzante: «Benissimo, continui pure a immaginarlo».Secondo Michael Doran, Direttore del Middle East Center allo Hudson Institute, Trump comprende che il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico e la rete di milizie proxy sono strumenti di dominio regionale. Dove ha sbagliato i calcoli è nell’assumere che dimostrazioni visibili di forza avrebbero rapidamente prodotto un compromesso. Il presidente salito al potere denunciando George W. Bush si ritrova ora a riprendere la logica della politica mediorientale di Bush.L’Iran opera secondo una diversa teoria della guerra. Celebra la perseveranza. Le morti civili e le perdite militari sono tragiche ma accettabili. Il tempo è un alleato. Il conflitto con gli Stati Uniti non è una disputa tecnica da risolvere con un compromesso, bensì una lotta ideologica prolungata. Nessun singolo round è decisivo.Le proteste recenti non hanno ammorbidito Khamenei; lo hanno indurito. Più pressione il regime avverte in patria, maggiore è il pericolo di apparire debole all’estero. Le concessioni rischiano di segnalare vulnerabilità non solo a Washington ma anche alle strade iraniane. In un sistema autoritario costruito sulla paura e sulla determinazione ideologica, il compromesso esterno può accelerare il disfacimento interno.Khamenei crede anche di poter sopravvivere politicamente a Trump. Vede la polarizzazione americana, la stanchezza da guerra e la fragilità delle coalizioni. Osserva le potenze regionali — Arabia Saudita e Turchia — che invitano Washington alla prudenza. Sa che le scorte americane di intercettori non sono infinite (e costano). Comprende che la Cina beneficia della capacità iraniana di impegnare forze statunitensi e perciò lavora per rafforzare le capacità missilistiche dell’Iran.Per Khamenei, la lotta su missili, proxy e capacità nucleare è esistenziale. Le concessioni rischiano di smantellare la postura deterrente del regime, la sua autorità interna e la partnership strategica con Pechino. L’ayatollah preferisce lo scontro, scommettendo che la resistenza iraniana durerà più a lungo della pazienza americana.Questa valutazione lascia Trump in una morsa strategica. Se persegue apertamente il cambio di regime, rischia di ripetere l’errore di Bush di una trasformazione a tempo indefinito. Se ripete il modello di giugno — infliggere un duro colpo lasciando però Khamenei al potere — la Repubblica islamica dichiarerà di nuovo vittoria, ricostruirà i suoi programmi missilistici e nucleari e aspetterà che cambi il vento politico a Washington.Di qui la versione dei «falchi» che in questo momento spingono Trump all’offensiva, incluso Israele. Secondo loro l’obiettivo politico della coercizione militare americana deve essere dichiarato con chiarezza e perseguito senza esitazioni. Non vi sono fratture visibili nell’apparato di sicurezza iraniano e Khamenei governa con pugno di ferro. Esistono tuttavia divisioni nell’élite più ampia. L’ex presidente Hassan Rouhani ha sostenuto una linea «Iran First» — riforme interne, ripresa economica, liberalizzazione politica e minore confronto con l’Occidente. Ha avvertito che il regime «non dovrebbe mettere a tacere la popolazione ma attuare riforme affinché la società non cerchi interventi stranieri» e ha esortato a «ridurre le tensioni con gli Stati Uniti». Rouhani rivela una linea di frattura che Washington può sfruttare.Trump secondo questa linea dovrebbe chiarire che le operazioni militari non cesseranno finché la struttura politica non sarà riformata. Ciò significa, prima di tutto, l’abdicazione di Khamenei. La Guida Suprema e la sua famiglia devono lasciare il Paese. Un governo provvisorio — guidato da Rouhani o da una figura simile disposta a orientarsi verso riforme interne e de-escalation esterna — deve assumere l’autorità. Qualsiasi autorità transitoria dovrà accettare pubblicamente termini chiari: nessun arricchimento dell’uranio; rigidi limiti ai missili balistici; fine del sostegno militare e finanziario ai proxy regionali; liberazione dei prigionieri politici.Se Khamenei resterà al potere, ammonisce Doran, la sopravvivenza del regime equivarrà a vittoria e il compromesso con l’America sarà sinonimo di sconfitta. Una politica che cerchi di ammorbidirlo invece di rimuoverlo non farà che invitare un’altra «vittoria» a Teheran. 26 febbraio 2026, 15:01 - modifica il 26 febbraio 2026 | 16:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA


Share this story

Read Original at corriere.it

Related Articles

ilgiornale.itabout 14 hours ago
Patto segreto per i missili supersonici CM - 302 : il piano dellIran per centrare le portaerei united states

Published: 20260226T123000Z

ziare.comabout 14 hours ago
Cinci scenarii privind evoluția conflictului SUA - Iran . De la soluția diplomatică , la un atac masiv asupra obiectivelor nucleare și rachetelor ANALIZĂ

Published: 20260226T121500Z

rte.ieabout 18 hours ago
US presses missile issue ahead of indirect Iran talks

Published: 20260226T081500Z

hometownregister.comabout 21 hours ago
US presses missile issue as new Iran talks to open in Geneva

Published: 20260226T060000Z

dunyanews.tvabout 22 hours ago
US presses missile issue as new Iran talks to open in Geneva

Published: 20260226T050000Z

rte.ieabout 24 hours ago
US presses missile issue ahead of indirect Iran talks

Published: 20260226T024500Z